La Cassazione con una recente ordinanza (24255/2021) ha ritenuto legittima la rettifica di maggiori compensi operata dall’Agenzia delle Entrate nei confronti di un avvocato sulla base delle sentenze acquisite presso vari uffici giudiziari da cui emergeva che lo studio aveva patrocinato varie difese.

A nulla è servito per la difesa dell'avvocato invocare che dalla contabilità non risulti alcun versamento. Anzi, la Cassazione ha ritenuto che è ragionevole ritenere che lo studio abbia omesso il documento fiscale proprio per sottrarsi al pagamento delle imposte.

Gli atti impositivi prodotti dall'Agenzia delle Entrate venivano ritenuti illegittimi sia in primo grado, sia in appello. L’Agenzia ricorreva per cassazione, lamentando che si trattava di rettifiche analitico-induttive del tutto corrette in quanto basate sulle varie difese patrocinate dai professionisti.

La Cassazione ha accolto il ricorso dell’Ufficio. Secondo i giudici di legittimità, il fatto che dalla contabilità non risultasse il versamento di alcun compenso era irrilevante: la rettifica dei ricavi operata dall'Agenzia prescinde dalla contabilità basandosi su presunzioni assistite dai requisiti previsti dall’articolo 2729 del Codice civile.

La sentenza evidenzia, inoltre, che i corrispettivi delle prestazioni delle professioni legali si devono presumere conseguiti quando sono terminate per effetto della cessazione dell’incarico professionale. In particolare, la prestazione risultava dalle sentenze acquisite. Il contribuente per resistere avrebbe dovuto dimostrare di non aver percepito alcun reddito, producendo ad esempio diffida ad adempiere o richieste di decreto ingiuntivo. In sostanza è onere del contribuente dimostrare l’esistenza di fattori che avevano impedito l’incasso dei compensi.

 

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